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giovedì 13 novembre 2014

BACK TO ITALY | La nuova frontiera produttiva della moda italiana e internazionale?

Pambianco Strategie di Impresa – società di consulenza specializzata nei settori Moda&Lusso – ha analizzato, in occasione del tradizionale Convegno Pambianco organizzato, quest’anno per la prima volta,in partnership con Deutsche Bank, il tema del reshoring, ossia della tendenza per le aziende del comparto a riportare in Italia la produzione.

Dopo una prima introduzione istituzionale sul tema, sviluppata con gli interventi di Flavio Valeri, Chief Country Officer di Deutsche Bank e di Mario Boselli, Presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana, sono intervenuti Francesca Di Pasquantonio, Head of Global Luxury Research di Deutsche Bank e David Pambianco, Vice Presidente di Pambianco Strategie d’Impresa che hanno presentato due interessanti ricerche che esaminano il fenomeno sotto diverse angolature.

Flavio Valeri ha aperto i lavori del convegno sottolineando fin da subito come il fenomeno del reshoring si stia sviluppando con crescente evidenza, non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa, dove l’Italia manifatturiera si colloca al primo posto tra i settori maggiormente interessati. Ha poi proseguito focalizzandosi sul valore del Made in Italy e delle sue eccellenze che “rappresentano leve fondamentali per la crescita del nostro Paese e l’internazionalizzazione delle nostre aziende”; per chiudere con un invito al sostegno concreto del Made in Italy, affinchè diventi un “linguaggio universalmente condiviso ed esportabile”.
La ricerca presentata da Francesca Di Pasquantonio, ha analizzato i cambiamenti in atto con particolare riferimento a come il mondo finanziario, il mercato e gli investitori valutino l’aspetto manifatturiero di qualità all’interno della catena del valore della moda e del lusso, per capire se e quanto al cosiddetto “Made in” venga riconosciuto concretamente un premio valutativo.

Ha dichiarato a questo proposito Francesca Di Pasquantonio, Head of Global Luxury Research di Deutsche Bank: “Dalla nostra ricerca si evenice come il “Made in” rappresenti certamente un driver rilevante per le valutazioni di mercato. Per le aziende quotate, ad esempio, elevate competenze artigianali ed eccellenze produttive sono viste come un importante complemento alla forza del marchio e alle capacità distributive e pertanto a questi elementi viene di norma riconosciuto un premio valutativo importante. Il premio riconosciuto al “Made in” sarà tanto più elevato quanto più la produzione interna e/o l’artigianalità sono viste come un vantaggio competitivo. Questo è importante per mantenere un pricing power elevato e favorire la sostenibilità della crescita. A tale proposito, vale la pena ricordare che le aziende italiane con competenze creative e artiginali distintive sono da tempo oggetto di acquisizioni in virtù dell’unicità che rappresentano. Detto questo, va anche considerato che non esiste un modello unico vincente tra le società quotate. Ci sono contesti in cui il “Made in” è un fattore di successo importante e altri in cui non rappresenta un elemento indispensabile. La decisione di rimpatriare l’attività manifatturiera riguarda soprattutto aziende posizionate nel medio/alto di gamma o in un contesto di elevata specializzazione. Il mercato premia anche altre caratteristiche come la sostenibilità della crescita, la redditività e il ritorno sul capitale investito, che a volte sono massimizzati anche in contesti di delocalizzazione spinta. Quanto sopra descritto ci porta a una tanto semplice quanto ovvia considerazione: ciascuna azienda perseguirà le proprie scelte produttive in coerenza con le caratteristiche del prodotto, con il posizionamento del marchio e con la strategia distributiva. Il reshoring si dimostra essere una ricetta valida per quelle aziende/marchi per cui il “Made in”, è il pilastro del modello di business.”

Un ulteriore approfondimento e spunto di riflessione è scaturito dai dati emersi dalla ricerca presentata da David Pambianco, Vice Presidente di Pambianco Strategie di Impresa che ha spiegato: “Il tema del reshoring sta diventando centrale nelle recenti discussioni di politica industriale dei principali paesi industrializzati, Italia inclusa. Noi abbiamo analizzato il fenomeno del back to Italy in funzione di 3 tipologie di aziende: i gruppi italiani del lusso che rafforzano i propri impianti produttivi e riportano parte delle produzioni in Italia; i gruppi internazionali del lusso che aumentano la loro produzione in Italia, realizzata in conto terzi o acquisendo direttamente le aziende produttive e le medie aziende operanti nelle fasce di gamma media o alta, che riportano parte della produzione in Italia.

Per quanto riguarda le prime due tipologie di operatori, la chiave di questo aumento della produzione in Italia è legata alla crescita del mercato del lusso, che è aumentato, soprattutto grazie all’Asia, del 30% negli ultimi 5 anni e che crescerà, secondo le stime, di un ulteriore 17% nei prossimi 4 anni. Poiché nel lusso la qualità è uno dei fattori chiave del successo dei brand, e per il consumatore internazionale, qualità è sinonimo di Made in Italy, è ovvio che questo porti i big italiani e internazionali del lusso a produrre sempre di più in Italia, per avere un prodotto in cui il bollino Made in Italy diviene una certificazione di qualità. Il potere attrattivo del Made in Italy è così forte che ha portato i primi due gruppi del settore a livello mondiale ad acquisire negli ultimi anni non solo aziende di produzione, ma anche importanti brand italiani.

Per quanto riguarda invece le medie imprese italiane (sulle quali Pambianco ha condotto una ricerca) abbiamo rilevato che se oggi il 27% del campione dichiara di produrre tutto in Italia il 71% dichiara di avere un mix tra Italia ed estero. In termini di trend, queste aziende hanno aumentato solo leggermente la quota di produzione in Italia, passando dal 52% al 53%. Anche in termini previsionali a tre anni le piccole e medie aziende si spaccano e, se quelle di fascia alta, che producono già l’83% in Italia, hanno per la maggioranza dichiarato che manterranno stabile la loro quota di produzione in Italia (76%) o che l’aumenteranno (24%), quelle di fascia media hanno dato risposte varie: il 39% che resterà stabile, il 35% che crescerà, il 26% che calerà. Questo dato indica che le aziende di fascia alta potrebbero salire ulteriormente e rientrare in Italia con le loro produzioni. Quelle di fascia media, di contro, sono oggi di fronte ad un bivio, o salgono di fascia con un’offerta più qualificata, o scendono puntando ad una politica di prezzo.”

La giornata è poi proseguita con l’intervento di Erika Andreetta – Partner PwC, le interviste face to face e le tavole rotonde coordinate da Enrico Mentana, direttore del TG di La7, che hanno avuto il compito di verificare come nella realtà si stiano muovendo le Aziende ed il mondo finanziario nei confronti del fenomeno del reshoring.

Fra i relatori sono intervenuti, in ordine di apparizione: Brunello Cucinelli – Presidente di Brunello Cucinelli, Sandro Veronesi – Presidente Calzedonia Group, Adriano Aere – Presidente Imperial, Antonio De Matteis – AD Kiton, Licia Mattioli - AD Mattioli, Claudio Marenzi – Presidente Herno, Eraldo Poletto – AD Furla, Diego Della Valle – Presidente Tod’s Group, Raffaele Jerusalmi – AD Borsa Italiana, Marco Palmieri – AD Piquadro, Maurizio Pizzuti – Presidente e AD Zeis Excelsa e Cleto Sagripanti – Presidente Italian Holding Moda.

Dal convegno in sintesi è emerso che il reshoring è in atto per i grandi gruppi del lusso italiani e stranieri (che vengono a produrre in Italia) perché il fattore di traino del Made in Italy è forte e i maggiori costi sono più che compensati dai benefici di immagine e di qualità dei prodotti. Il fenomeno è invece più limitato per le medie imprese che, avendo margini più bassi (sono meno internazionali e meno fascia lusso), non possono sostenere i maggiori costi di produzione connessi al rientro in Italia.



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Ultimo aggiornamento: 23. novembre 2017
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